Quartetto Maffei
 
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Haydn e Shostakovich come mai uditi prima.
Un'ora di musica VI edizione nel ridotto del Nuovo a Verona.

di SERGIO STANCHELLI, pubblicata su AMICIDELLAMUSICA.NET martedì 22 febbraio 2011.

Terz’ultimo concerto nel ridotto del teatro Nuovo a Verona per la sesta edizione della rassegna “Un’ora di musica” organizzata da Giancarlo Bùssola con il contributo di “agsm Energia”, sono stati di scena i padroni di casa, i componenti del quartetto d’archi Maffei, che han messo in programma musiche di Joseph Haydn e di Dmitrij Shostakovich.

Del primo - Franz J., non Y. - il Quartetto op.76 n.4, che, 78° degli 83 che si attribuiscono al compositore (ma secondo il cronista sono solo 77 in tutto, e quello in questione sarebbe il 72°), è in Si bemolle maggiore e, IV dei sei Erdödy-Quartette composti nel 1797 (esattamente cento anni prima che nascesse il mio papà), dedicati al conte Jozsef Erdödy von Monyorókerék e pubblicati due anni dopo da André in Offenbach (Germania occidentale) come op.96 e 97, è detto “L’aurora” per l’impressione che il tema iniziale affidato al primo violino sul pedale degli altri tre dà dell’avvento della luce che tutto invade. I tempi sono quattro, con l’adagio regolarmente in seconda posizione, e vi si sono distinti per impegno e bravura solistica il primo violino, la viola ed il violoncello. L’interpretazione è stata da parte di tutti, secondo violino incluso, magistrale, e fra le esecuzioni di cui sono in possesso possono gareggiarvi solo il quartetto Italiano (Borciani, Pegreffi, Farulli e Rossi), l’Amadeus e l’Aeolian.

Per l’altro Quartetto, voglio intanto sottolineare che presentando come di consueto i pezzi che s’andavano ad eseguire, il maestro Bussola ha detto che il Quartetto n.8 fu scritto nel 1960 dopo una visita di Dmitrij Shostakovich a Dresden distrutta dalle bombe al fosforo americane e che è dedicato alle vittime della guerra, senza cadere nel luogo comune ballistico che sia dedicato alle vittime del fascismo, eventualità per la quale m’ero preparato ad intervenire smentendo ed avevo portato con me “Le memorie” del compositore firmate da Solomon Volkov e pubblicate in Italia da Arnoldo Mondadori nel dicembre 1979 (di cui ebbi una copia in dono dalla mamma dei miei figli veronesi Angela e due in omaggio dall’editore in Milano) per leggere il passo dove l’autore testimonia la dedica «alle vittime del terrorismo nordamericano» (150mila donne, vecchi e bambini bruciati vivi in una notte) per evitare (pagina 74) «l’oblio cui son destinati tutti coloro che non son presenti» (A. Pushkin). «Come N. Mjaskovskij, che ha scritto ventisette Sinfonie - e un Concerto per violino ch’è un capolavoro, ndc. -, sembrava che l’aria ne fosse impregnata, è stato maestro di tanti, ma oggi (1974, ndc.) è dimenticato. E Ronija Shebalin, che ha lasciato tanta musica meravigliosa, come il Concerto per violino, e molti bei Quartetti, per finire oggi nel più completo oblio».

Scritto in Dresden in tre giorni, sottotitolato “Dresden”, basato sul monogramma Re Mibem. Do Si (D(mitrij) Sch(ostakovich)), articolato in cinque movimenti senza pause tre dei quali, il primo e gli ultimi, in tempo largo (movimenti stampati due in tondo e tre in corsivo, non capisco il perché, sul programma di sala), eseguito la prima volta in Leningrad nella sala Glinka dal quartetto Beethoven il 2 ottobre dell’anno stesso in cui era stato composto, il Quartetto op.110, nella tonalità tragica del Do minore (con il movimento centrale in Sol minore), è d’una suggestione evocativa unica (ha avuto anche due trascrizioni per orchestra, una delle quali, credo quella di Rudolf Barshai, fatta conoscere a Verona dall’Accademia filarmonica nella sala Maffeiana il 17 ottobre 2004 sotto la direzione del benemerito Dmitrij Yablonskij nel I concerto della VI stagione della rassegna “I concerti della domenica”). È pieno di autocitazioni, dalle Sinfonie n.1, 5 e 10, dal primo Concerto per ‘cello, dal secondo Trio, dalla colonna sonora del film Giovani guardie e dall’opera Lady Macbeth, e vi è anche larvatamente citato il canto protestatario dei prigionieri politici russi Languendo in prigione di autore incognito.

Al termine dell’esecuzione da parte del quartetto Maffei non ho potuto trattenermi dall’alzarmi in piedi ed esclamare che, tanto per Haydn quanto per Shostakovich, s’era trattato delle interpretazioni più meravigliose che avessi mai ascoltato. Anche nel Quartetto russo si son distinti i solisti già citati e in particolare il violista, e sempre per quanto riguarda Shostakovich, le altre esecuzioni in grado di competere con quella degli strumentisti veronesi, dopo che ho riascoltato in casa tutte le registrazioni che posseggo (da 18’30” a 21'30 ciascuna), sono quelle dei quartetti Borodin (sia con Dubinskij che con Kapelman I violino), Melos, Kronos, Ferraresi e Fitzwilliam. Non ho registrato l’interpretazione del Maffei, ma credo che disponendone avrei conferma che essa le batte tutte. Il compianto per i morti nel finale ed i fiori gettati alla loro memoria, insieme con la condanna della violenza che pervade tutto il pezzo, hanno avuto una evidenziazione che non può lasciare indifferente chi l’ascolta. Ne è testimone la commozione di una giovanissima Valery tedesca (23 anni) che ho condotto con me e che ascoltava per la prima volta un concerto dal vivo. Applausi entusiastici da parte del pubblico che affollava la saletta. Iniziato - non ne è stata giustificata la ragione - con 15 minuti di ritardo, il concerto è durato 55 minuti.